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James  Hillman James Hillman
Psicanalista e filosofo
USA


Psicologo e filosofo, studioso di religioni antiche, nonché profondo conoscitore dell'arte e della cultura del bacino del Mediterraneo, James Hillman nasce nel 1926, negli States, ad Atlantic City. Dopo essersi laureato in Europa, al Trinity College di Dublino, diventa allievo di Jung e consegue il PH. D. all'Università di Zurigo. Compie il proprio training psicanalitico al C. G. Jung Institute, dove rimarrà per diversi anni con l'incarico di Director of Studies. Nel 1969, una profonda crisi che lo porta a reimpostare completamente il proprio modo di intendere l'analisi, lo allontana dalla Svizzera. L'anno seguente è a Londra, dove pubblica il suo primo best seller scientifico, Emotions: a comprehensive phenomenology of Theories and Their Meanings for Therapy. Seguendo le proprie intuizioni, dà avvio a una nuova scuola di indirizzo junghiano, tesa a valorizzare le corde dell'immaginazione e della sensibilità dell'individuo. La psicologia archetipa, questo è il nome del movimento fondato da Hillman, incontra da subito grande successo ed è a tutti gli effetti destinata a rinnovare fortemente la tradizione junghiana. Re-Visioning Psychology, pubblicato nel 1975, conferma e sottolinea l'interesse di Hillman per uno studio dell'anima condotto attraverso l'analisi delle vite di grandi personalità del passato (Marsilio Ficino, Giordano Bruno e Giambattista Vico in questo caso) trattate alla stregua di casi clinici. Uno stile che Hillman ripropone in quello che, in Italia e negli Stati Uniti, è considerato il suo capolavoro, Il codice dell'anima (1997). Nel 1978 Hillman è tornato a vivere negli Stati Uniti, stabilendosi prima a Dallas, quindi a Thompson, nel Connecticut.

Tra le sue pubblicazioni, Saggio su Pan (1977), Anima (1989), La vana fuga degli dei (1991), Il codice dell'anima (1997), Puer aeternus (1999), La forza del carattere (2000), L'anima del mondo e il pensiero del cuore (2002) tutti pubblicati da Adelphi; Il piacere di pensare (1991), L'anima del mondo. Conversazione con Silvia Ronchey (2000) e Il potere (2002) editi da Rizzoli.

Al WWS James Hillman porta la sua originale e personale interpretazione della paura, e più in generale delle patologie della psiche, quale espressione della autonomia dell'anima nel creare sofferenze attraverso le quali sperimentare la vita. Governare la paura è perciò possibile solo se si è in grado di ascoltare l'anima.

Il concetto di anima occupa, in tal senso, un posto centrale nel pensiero di Hillman, il quale non la identifica con lo spirito dell'uomo (come presupporrebbe un'interpretazione di tipo religioso) né con il suo corpo (da cui un'interpretazione di tipo psicosomatico) perché, a rigore, come spiega ne Il codice dell'anima, non è l'anima che appartiene all'uomo ma è l'uomo che è parte dell'anima del mondo. Il compito della Psicologia Archetipica in cui si riassume la sua riflessione teorica è, pertanto, quello di ascoltare l'anima mundi facendo attenzione ad ogni elemento e ad ogni luogo del mondo perché l'anima li permea di sé.

L'errore commesso dalla psicoanalisi è, invece, quello di ricacciare l'uomo nel passato, laddove, essendo le cause del suo malessere attuali, l'obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare l'individuo a problematizzare il mondo in cui vive nonché, più in generale, evidenziare e far condividere la necessità, per l'uomo postmoderno, di riconoscere le connessioni mentali e psicologiche che lo legano alle sue radici culturali antiche (o addirittura arcaiche), e non solo in quanto singolo portatore di turbamenti e patologie dell'anima, ma in quanto componente di una società non meno turbata e patologica di lui. Proprio perché le patologie dell'anima manifestano in realtà i problemi di adattamento della singola psiche alle richieste e alle pressioni del luogo sociale e storico in cui il suo portatore si trova ad agire, e i conflitti tra il "carattere", la "vocazione" e il "destino" del singolo e quelli della collettività in cui egli vive.

E' con la teoria della ghianda che Hillman chiarisce che cosa intende quando fa riferimento al "carattere", alla "vocazione" e al "destino" del singolo, che rappresentano la chiave per leggere il linguaggio cifrato che costituisce il "codice dell'anima". In particolare, rifacendosi alla filosofia di Platone, egli afferma che, "prima della nascita, l'anima di ciascuno di noi sceglie un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un demone, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino". Come a dire che esiste un motivo per cui ciascuna persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che ci sono cose alle quali si deve dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d'essere.

La teoria della ghianda (al cui interno è racchiusa la vocazione, la motivazione a diventare quell'unica e splendida quercia che cercherà di essere) fa riferimento alla sensazione, spesso elusa, omessa o inascoltata, di essere responsabili verso qualcosa dai contorni confusi, ma che necessariamente ci chiama, ci spinge verso certe direzioni e non altre. Ogni persona, dunque, ha in sé un'unicità, un "carattere" che chiede di essere vissuto, una vocazione ad essere quell'unico, irripetibile individuo, ad essere la quercia alta e frondosa, o bassa e massiccia che la ghianda e il proprio demone hanno scelto, un "tempo" fuori dal tempo. Più precisamente noi siamo ciò che siamo in virtù di un demone che ci sovrasta, che altro non è che ciò che chiamiamo "destino" e che ha fatto sì che nascessimo in una certa epoca, da una certa famiglia e in certe condizioni.

In questo modo Hillman ci conduce per mano a riscoprire e recuperare "verità" non dimostrabili, ma indubbiamente sentite e sperimentate da ogni uomo. In termini filosofici è insita in questa posizione teorica il rifiuto a pensare la vita dell'uomo come una storia scritta esclusivamente da geni ereditati e influenze ambientali, che fin dall'inizio decidono per lui il copione che senza alcuna possibilità di sbavature, sarà costretto a recitare. L'ipotesi di Hillman, al contrario, ci riscatta da un destino meccanicistico di causa-effetto nella misura in cui ci restituisce la convinzione, o semplicemente la sensazione, di non essere al mondo per caso, che ci sono cose che ci fanno sentire vivi e pieni di significato ed altre vuoti e privi di senso.

Il viaggio che l'uomo compie all'"interno di se stesso" alla ri-scoperta dell'unicità del suo essere è per forza di cose anche un viaggio di trepidazione e di paura. Per quanto, come Hillman scrive nel Saggio su Pan, "la paura, come l'amore, può diventare un richiamo per la coscienza; si incontra l'inconscio, l'ignoto, il numinoso e incontrollabile restando in contatto con la paura, che eleva dal cieco panico istintuale del gregge al sagace, astuto, riverente sgomento del pastore".

 
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