|
Frank Furedi
Sociologo, giornalista
Università del Kent, UK
Nato in Ungheria nel 1947, Frank Furedi, sociologo, insegna presso l'Università del Kent nel Regno Unito. E' sostenitore della British Humanist Association. Editorialista del web-journal Spiked Online, è autore di numerosi saggi sulla sociologia del rischio, tra i quali Culture of Fear: Risk Taking and the Morality of Low Expectation (1997), The Silent War: Imperialism and the Changing Perception of Race (1998), Paranoid Parenting: Abandon Your Anxieties and Be a Good Parent (2001), Therapy Culture: Cultivating Vulnerability in an Uncertain Age (2003) The Politics of Fear. Beyond Left and Right (2005), in cui denuncia l'ossessione del rischio quale strumento cui ricorrono determinate organizzazioni per conseguire i loro obiettivi personali. Nel 2007 ha pubblicato Invitation to Terror: The Expanding Empire of the Unknown, Continuum International Publishing Group, in cui analizza l'impatto del fenomeno del terrorismo dopo l'attentato a NY dell'11 settembre 2001. Frank Furedi sostiene che la paura, oggetto di dibattito del WSS, svolge un ruolo chiave nella coscienza del ventunesimo secolo. Per poterne comprendere la portata e le conseguenze bisogna guardare innanzitutto alla cultura della società contemporanea e, in particolare, alle norme sociali e agli usi che regolano il modo in cui la paura è avvertita ed espressa. Le norme culturali, infatti, influenzano il modo in cui si prova paura, tanto è vero che l'esperienza ci dimostra come l'intensità della paura non è direttamente proporzionale al carattere oggettivo della specifica minaccia, dal momento che le nostre reazioni a determinate circostanze sono mediate da modelli comportamentali che informano le persone su cosa ci si aspetta da loro quando si trovano davanti a una minaccia e su come dovrebbero sentirsi e rispondere. Egli aggiunge, però, che la paura è un fenomeno culturale che non si produce quale effetto spontaneo dell'interazione individuale, bensì viene costruito socialmente grazie all'azione mirata di quelli che definisce gli "imprenditori della paura", con riferimento a quanti incidono profondamente nel consolidamento o nel cambiamento dei pattern comportamentali e nelle modalità e nell'intensità emozionale con cui gli individui vivono tali paure nella società globalizzata rispetto al passato, trasformando per interessi propri ansie e preoccupazioni collettive in paure sociali. In tal senso, l'evocazione di rischi e minacce, assume un ruolo sempre più centrale nel linguaggio e nella comunicazione; sia essa politica, dove l'interesse ad amplificare il pericolo di nemici interni ed esterni può essere finalizzato a favorire la coesione e la legittimazione governativa, sia essa mediatica, dove l'insistenza su fatti di cronaca suscettibili di attirare il pubblico più impressionabile è mirata ad aumentare l'audience, sia essa economica, quando per esempio, si strumentalizzata la paura nelle strategie di marketing allo scopo di vendere un prodotto in grado di dare sicurezza al suo fruitore (creme per le rughe, antifurti per gli appartamenti, ecc.). La genesi della paura è associata a una crescente tendenza a concettualizzare il rischio come variabile indipendente e la trasformazione del rischio in paura è, a sua volta, parallela alla tendenza a rappresentare il rischio come un'esperienza negativa, una minaccia per la sicurezza individuale. In Culture of fear (2005), Furedi precisa che la cultura della società post-moderna spinge a considerare l'esperienza umana come un potenziale rischio per la nostra sicurezza, per cui se, da un lato, poche cose possono essere date per scontate al giorno d'oggi, dall'altro, l'unica cosa che può esserlo è una risposta di tipo apprensivo nei confronti dell'incertezza. In tal senso, l'ossessione del rischio ha un'importante implicazione ai fini della costituzione dell'identità. In particolare, la consapevolezza di essere soggetti a minacce che hanno dinamiche indipendenti è chiaramente formulata attraverso il concetto dell'"essere a rischio", dove la condizione di soggetto esposto a una serie di minacce diventa un attributo connaturato all'individuo tanto quanto qualsiasi altro attributo fisico proprio dell'uomo in quanto tale. Ma è proprio attraverso la gestione dei rischi (ambientali, alimentari, sociali, politici, economici) che la paura viene istituzionalizzata e culturalmente amplificata. E in questo processo di alimentazione della paura, costruita sulle insicurezze degli individui, i mass media sono "imprenditori" indiscussi. Dal riscaldamento globale all'obesità, dall'influenza aviaria allo tsunami, dai fatti di criminalità all'aumento dei flussi migratori, ecc….attraverso i processi di mediatizzazione, la quotidianità finisce per essere scandita da incessanti avvertimenti allarmistici su una quantità sempre crescente di pericoli a cui deve far fronte il pianeta o l'uomo, che accrescono il senso di vulnerabilità e di impotenza. Ne rappresenta un esempio emblematico la paura del terrorismo e della guerra, che attualmente è al centro dell'interesse scientifico di Fran Furedi. Nel suo ultimo libro, Invitation to Terror: The Expanding Empire of the Unknown (2007), egli esplora, infatti, il rapporto tra la cultura occidentale del XXI secolo e la preoccupazione dominante per il terrorismo. Il quale, soprattutto in seguito all'attentato delle Torri Gemelle, il quale ha palesato a tutto il mondo la vulnerabilità di una nazione che pur si considerava inviolabile, nonché all'attenzione che da allora gli è stata riservata dai mezzi di comunicazione di massa, è fonte di angoscia per la gente come mai è accaduto in passato. Il rischio di attentati terroristici, soprattutto quando tali attentati assumono la forma di azioni suicide, infatti, è qualcosa che sfugge alla comprensione della maggior parte delle culture occidentali in quanto associato a una casuale e micidiale irrazionalità che si attua nella negazione del valore fondamentale della vita. Nella paura di essere vittime di un attentato terroristico, come del resto per molte altre paure che il sociologo ungherese analizza come il terrore parossistico di ammalarsi, si vive in definitiva il timore che, attraverso la morte, si realizzi il trionfo del Non Essere quale negazione dell'Essere, cioè dell'uomo e della società. Tuttavia, il pericolo maggiore che Furedi ravvisa al giorno d'oggi, e rispetto al quale non sembra profilarsi un'inversione di tendenza, è che la "guerra al terrore", stimolata dalla necessità di attenuare le ansie legate al terrorismo internazionale, sta creando un clima di paura che potrebbe essere politicamente vantaggioso per quanti difendono interessi specifici, come è il caso di certe organizzazioni ambientaliste che agitano lo spauracchio del bioterrorismo per conseguire i loro obiettivi. L'espansione retorica del significato di sicurezza ha consentito, pertanto, che il terrorismo divenisse il punto di riferimento in base al quale si misurano tutte le altre minacce e si costruiscono tutte le altre paure. Il tratto saliente del nostro secolo, da questo punto di vista, è rappresentato non tanto dalla recrudescenza del terrorismo, che sempre c'è stato sia pur sotto forme più o meno diverse nella storia dell'uomo, quanto dall'uso "terroristico" del terrorismo stesso. Data e ora intervento
|