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Robert Castel
Sociologo
École des Hautes Études en Sciences Sociales, Francia
Nato in Francia nel 1933, Robert Castel, sociologo e storico del lavoro, è direttore dell'École des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Fa parte del Centre d'etude des moviments sociaux. E' tra i fondatori del Groupe d'analyse du social et de la sociabilité. Allievo di Pierre Bourdieu, con cui ha lavorato negli anni '60, e di Michel Foucault, ha coniugato l'analisi sociologica allo studio della psicoanalisi, ponendo le basi della cosiddetta sociologia critica. Negli ultimi anni si è dedicato prevalentemente all'analisi delle dinamiche di esclusione ed emarginazione ("disaffiliazione sociale") che riguardano gli individui nella società post-moderna sempre più alle prese col problema della sicurezza. Tra le sue pubblicazioni, Les Métamorphoses de la question sociale, une chronique du salariat (1999), Propriété privée, propriété sociale, propriété de soi (2001), L'insicurezza sociale. Che significa essere protetti (2003), La discrimination négative (2007), in cui descrive gli effetti di insicurezza sociale prodotti dalla globalizzazione: precariato, razzismo, impossibilità di progettare il futuro, ecc. L'interesse del WSS per il contributo di Robert Castel è riconducibile alle sue riflessioni intorno alla percezione di rischio e al senso di smarrimento e paura che travolge gli individui della postmodernità, riflesso di un'ideologia, a suo dire, tardo-capitalistica e neo-liberistica che divide inesorabilmente il mondo in vincitori e vinti, rigettando ogni forma collettiva e comunitaria quale inutile e anacronistico retaggio del passato. In particolare, la causa del sentimento di insicurezza oggi sempre più diffuso viene individuata nella circostanza per cui, nell'ultimo quarto di secolo, lo stato moderno, per quanto continui ad assicurare più o meno efficacemente sicurezza sul piano civile, non sia più in grado di fornire sicurezza sul piano sociale. La nascita dello stato moderno, nel passaggio dall'età pre-moderna, in cui erano la famiglia, la comunità e le corporazioni a offrire "protezione ravvicinata" agli individui limitando in cambio la loro libertà, all'età moderna ha coinciso con l'affermazione di un ente-protettore della proprietà (dei beni e di sé). La sua affermazione, pertanto, è legata alla domanda di sicurezza della persona fisica e propri beni. Si è dovuto attendere la società salariata affinché chi non possedeva risorse avesse accesso alla cosiddetta proprietà sociale - quella legata al lavoro - messa a disposizione di coloro che erano esclusi dalle protezioni che procura la proprietà privata, e che finalmente potevano aspirare all'indipendenza e alla sicurezza sociale. Il risultato è stato una società rimasta sostanzialmente ineguale, ma fatta "di simili", che intrattengono tra loro relazioni di interdipendenza, perché dispongono di un fondo di risorse comuni e di diritti comuni, di cui lo stato si fa garante. Il lavoro dipendente stabile fungeva, in tal senso, anche da generatore di diritti (previdenza, cassa integrazione guadagni, tutela contro malattia e infortuni, ecc). Oggi queste condizioni sono venute meno. La crisi dello stato sociale, sempre più percepito come un ostacolo che intralcia lo sviluppo della libera intrapresa imponendo costi sociali a un'economia che sfiora la recessione, ha messo in discussione anche la difesa degli interessi e dei diritti dei lavoratori. La mutazione attuale del capitalismo, infatti, ha favorito, come sottolinea Castel ne L'insicurezza sociale (2003), una messa in mobilità generalizzata delle relazioni di lavoro, spingendo il lavoratore ad essere "imprenditore di se stesso" al di fuori degli schemi lineari standardizzati del modello fordista, con risultati che, per alcuni, hanno coinciso con dei vantaggi, ma che per altri si sono tradotte in un indebolimento della posizione del singolo. Da cui, il ritorno delle cosiddette "classi pericolose", quelle cioè degli esclusi, senza legami sociali, da cui ci si deve difendere. Pertanto, è cresciuta la domanda di mantenimento dell'ordine, di sicurezza, di "tolleranza zero", laddove si è vista frantumare la condizione di protezione sociale. Ne consegue che una maggior sicurezza è possibile solo nell'ambito di politiche pubbliche e collettive mirate ad attenuare le disuguaglianze e la marginalità, le quali, quando investono figure sociali già a rischio di esclusione, producono paure e intolleranza da parte dell'opinione pubblica e quindi, politicamente, uno slittamento della questione della sicurezza dal piano sociale a quello dell'ordine pubblico. Il che amplifica i limiti attuali del welfare state, chiamato a fare i conti con le accresciute aspettative di protezione verso lo Stato indotte dagli stessi benefici del welfare che ha reso più autonomi gli individui dalla comunità di origine, cioè la famiglia. Di fronte alla crisi del vecchio sistema di garanzie gli individui diventano, dunque, al tempo stesso fragili ed esigenti, poiché sono abituati alla sicurezza e sono rosi dalla paura di perderla. L'indebolimento delle protezioni classiche e la comparsa di nuovi rischi per l'umanità (industriali, sanitari, ecologici, naturali), infatti, crea in loro una sorta di frustrazione che porta a distorcere la realtà e a inquinare, accrescendola a dismisura, la domanda di sicurezza sociale. Una situazione, questa, alimenta, peraltro, quella "ideologia generalizzata e indifferenziata del rischio" usata dalla cultura neoliberale per decretare la fine delle forme pubbliche di protezione e l'ineluttabilità dello sviluppo delle assicurazioni private. In questo senso, per Castel, esiste una stretta connessione tra l'esplosione dei rischi, l'iperindividualizzazione delle pratiche e la privatizzazione delle assicurazioni. La sfida per il futuro dovrà essere perciò quella di garantire una continuità dei diritti malgrado la discontinuità del lavoro. E ciò significa che per superare quella che il sociologo francese definisce la "frustrazione sicuritaria", effetto anche delle aspettative assai alte di protezione create fino ad oggi dalle nostre "società assicuranti", diventa urgente contrastare la precarietà del lavoro, "addomesticando il mercato", e rilanciare quel nesso inestricabile tra Stato di diritto e Stato sociale che fonda il modello sociale europeo. L'obiettivo coincide con la realizzazione di una nuova società "dei simili" edificata sull'idea e sulla pratica della cittadinanza sociale che è compito delle istanze pubbliche - in tutte le loro espressioni: locali, nazionali e, oggi sempre più, transnazionali - promuovere. Si tratta di una sfida ardua perché senza certezze sugli esiti, ma irrinunciabile, in quanto riprodurre meccanicamente un modello di protezione incardinato sul lavoro standard aggraverebbe il dualismo tra chi è garantito e chi è precario. Tuttavia, i tentativi in corso di riforma del welfare, ad avviso di Castel, pur tamponando meritoriamente situazioni di esclusione sociale destinate a peggiorare, rischiano di trasformare, in un'ottica di welfare minimo, la protezione in un aiuto, spesso di mediocre qualità, riservato ai più deprivati. Se, infatti, la protezione sociale rappresenta la condizione basilare affinché tutti possano continuare ad appartenere a una società di simili, il welfare state non può limitarsi al contrasto della povertà per chi è in situazione estrema, né al risarcimento dei danni, ma deve offrire a tutti i cittadini, sulla base di criteri selettivi che tengano conto delle necessità e del reddito di ciascuno, misure che siano al tempo stesso di protezione dalle minacce della società contemporanea, ma anche di promozione sociale, favorendo per esempio l'ingresso delle categorie più deboli (donne e giovani) nel mercato del lavoro, offrendo opportunità formative e sostegno al reddito ai lavoratori con carriere discontinue, destinando risorse e servizi agli anziani non autosufficienti, ecc. E' attorno al lavoro, pertanto, che continua a giocarsi una parte essenziale del destino sociale di un'ampia fetta dell'umanità in quanto fonte principale - anche se non più l'unica - di redistribuzione dei diritti e del reddito. L'auspicio di Castel è ridisegnare lo statuto del lavoro trasferendo i diritti dall'impiego alla persona lavoratore (un esempio è il diritto alla formazione erogata nell'arco dell'intero percorso professionale), per conciliare mobilità e protezioni. In definitiva, un sistema di "sicurezza attiva"sostenuto collettivamente e co-finanziato anche da Stato e imprese, in grado di rispondere alla domanda individuale di cittadinanza ma nel quadro di protezioni collettive, che darebbe modo al cittadino-lavoratore di poter usare la flessibilità (oggi gestita prevalentemente dall'impresa) anche a proprio vantaggio, nella prospettiva di una migliore conciliazione tra lavoro e vita sociale. Con un indubbio beneficio per la società nel suo insieme non solo in termini di innovazione e qualità ma anche di coesione sociale nella misura in cui si creino oggettivamente condizioni che arginino o addirittura prevengano le paure dei suoi membri. Data e ora intervento
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