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Gary S. Becker
Premio Nobel per l'Economia
University of Chicago, USA
Gary Becker, vincitore del Premio Nobel per l'economia nel 1992, è professore al dipartimento d'economia e sociologia all'Università di Chicago. Becker è conosciuto per il suo expertise in capitale umano, economia della famiglia, e per l'analisi economica del crimine, discriminazione e popolazione. Le sue ricerche sono focalizzate sugli abitudini e dipendenze, la formazione delle preferenze, capitale umano e demografia. Becker scrive mensilmente per la rivista BusinessWeek e nel 1996 è stato consigliere economico per la campagna presidenziale di Robert Dole. Nel 2000 ha ricevuto il National Medal of Science per il suo lavoro in politiche sociali. Nel 2004 ha ricevuto lo Jacob Mincer Prize alla carriera nel campo dell'economia del lavoro, ed è Fellow della Society of Labour Economists. Le pubblicazioni recenti di Becker sono, assieme a Guity Nashat, The Economics of Life (1997), Human Capital (Prima edizione 1964, aggiornata nel 1997), quest'ultimo ha anche vinto il prestigioso premio W.S.Woytinskty Award nel 1964. Altri libri di Becker includono A Treatise on the Family (1987) e The Economic Approach to Human Behavior (1976). Ha curato Essays in Labor Economics in Honor of H. Gregg Lewis e assieme a Gilbert Ghez, The Allocation of Time and Goods over the Life Cycle (1975). Altre attività professionali di Becker includono servire come ricercatore associato al Economics Research Center del National Opinion Research Center (1980- ) e membro associato del Institute of Fiscal and Monetary Policy per il Ministero delle Finanza giapponese (1988- ). Nel 2007 Becker ha ricevuto il Medal of Freedom dal Presidente degli Stati Uniti. Becker ha cominciato la sua carriera accademica nell'Università di Chicago, dove ha insegnato dal 1954 al 1957, per poi trasferirsi all'Università di Columbia, dove è rimasto fin al 1968. Dal 1968 al 1969 era Visiting Professore della Ford Foundation all'Università di Chicago, prima di far parte del dipartimento d'economia nel 1970. Becker si è laureato (summa cum laude) all'Università di Princeton nel 1951 per poi proseguire fino al Dottorato (1955) all'Università di Chicago. L'interesse del WWS per il contributo di Gary Becker è legato principalmente alle conseguenze che si possono trarre dalla sua teoria del "capitale umano" che ha consentito di estendere il campo dell'analisi economica a tutti i comportamenti umani. In Human Capital (1964), al concetto di capitale sociale, che economisti e sociologi liberali hanno scoperto in tempi relativamente recenti quale insieme di reti di relazioni, appartenenza a gruppi e condivisione di norme o valori che possono facilitare la cooperazione tra i membri della società o dei gruppi stessi, Becker affianca il concetto di capitale umano quale bagaglio di conoscenze e di abilità proprie di un determinato individuo, direttamente spendibili nel mercato del lavoro. Se, dunque, il capitale sociale risiede "tra le persone", quello umano risiede "nelle persone". In un mondo sempre più globalizzato, quale quello contemporaneo, con popolazioni più anziane e più flessibilità nel mercato del lavoro, il benessere di una comunità sono in diretta relazione al capitale umano e sociale a disposizione; pertanto, l'istruzione, la formazione professionale e, in età lavorativa, l'aggiornamento dei cittadini, insieme al loro stato di salute, rappresentano un fattore primario per la competitività dei singoli e degli interi Paesi, le cui possibilità di crescita dipendono dalla possibilità e capacità di sviluppare e mobilitare competenze, conoscenze, salute, usi e costumi dei suoi abitanti. Becker sa bene, infatti, che se da un lato il capitale umano si forma soprattutto all'interno della cellula sociale primaria della famiglia, dall'altro si alimenta dei mezzi istituzionali e non che la società mette a disposizione dei suoi membri. Mezzi ai quali, tuttavia, gli individui possono accedere in condizioni di disparità a seconda delle loro condizioni di status e di reddito, con inevitabili conseguenze in termini di disuguaglianza e di ordine sociale. Infatti, quando le difficoltà della formazione del capitale umano ha ricadute non solo e semplicemente sulla sfera economica, ma finisce per avere a che fare per esempio con la salute delle persone, il matrimonio e la famiglia, la crescita dei figli e, in generale, con la possibilità di pianificare al meglio le risorse, si riduce la capacità individuale di adattarsi agli imprevisti e aumenta la paura del futuro e, dunque, si creano le condizioni del disagio e dell'insicurezza. E queste, non di rado, possono tradursi in comportamenti ai limiti della devianza e della criminalità, laddove si cerca di accedere con sistemi per lo più illegali a beni e posizioni che legalmente sarebbero precluse. Pertanto, la sfida della società post-moderna deve consistere, come Becker è solito ribadire pervicacemente in tutti i suoi interventi più recenti, nella disponibilità a investire sulle persone, piuttosto che sulle "cose" dal momento che, essendo generalmente i benefici economici e i livelli di reddito di chi ha potuto e saputo acquisire e sviluppare determinate conoscenze e competenze tanto maggiori quanto maggiore è il livello di tali conoscenze e competenze, solo così è possibile annullare il circolo vizioso che vede direttamente correlata la disuguaglianza nel possesso delle diverse forme di capitale umano alla disuguaglianza dei redditi, e l'una e l'altra a situazioni di marginalità sociale. Fintanto che i singoli Governi si attivino sempre più in tal senso, la personale ricetta di Becker al problema della sicurezza dei cittadini è affidata allo strumento della deterrenza. Fin dalla fine degli anni '60 del Novecento, egli è stato il pioniere della cosiddetta crime and economics, un approccio economico all'analisi dei comportamenti penalmente rilevanti che si basa sull'assunto per cui se viene minacciata una pena congrua, intesa come una pena significativamente superiore all'utilità attesa dal reato, un criminale razionale dovrebbe astenersi dal commetterlo. E che, di conseguenza, un inasprimento delle pene non può che tradursi in una riduzione dei comportamenti criminosi. Ed è proprio alla luce dell'applicazione rigorosa dei postulati di questa teoria che si deve interpretare la sua posizione a favore della pena di morte per reati particolarmente efferati quali, per esempio, lo stupro o l'uccisione dei bambini, giacché la previsione di una sanzione massima non deve essere necessariamente mirata a punire, quanto piuttosto a prevenire. Perché, come ha sostenuto nella relazione al Festival dell'Economia promosso a Trento nel giugno del 2007, "i criminali si combattano prima di tutto con (…) un migliore mercato del lavoro, un grado maggiore di cultura, maggiori opportunità legali offerte specie alle giovani generazioni". Pertanto, anche la possibilità di trovare il coraggio di reagire alla paura (in questo caso, della minaccia più o meno concreta alla propria incolumità)- da cui l'interesse del dibattito promosso dal WWS - deve passare innanzitutto attraverso la promozione di un capitale umano qualitativamente migliore.
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