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Jacques Attali
Economista
Francia
Jacques Attali è nato in Algeria nel 1943. E' un eminente consigliere economico ed è stato recentemente nominato dal Presidente francese Nicolas Sarkozy come capo della "Commissione per la liberazione della crescita francese", anche conosciuta come Commissione Attali. Attali è stato consigliere presidenziale del defunto presidente F. Mitterand dal 1981 al 1991. Nel 1998 Attali ha fondato l'organizzazione no-profit PlaNet France che si occupa del micro-credito. Nell'aprile 1991 divento il primo presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), fondata per operare esclusivamente in quei paesi dell'Europa centrale ed orientale e dell'Asia centrale che stanno attuando la transizione da un sistema monopartitico ed un'economia centralizzata ad un sistema basato sull'economia di mercato la democrazia pluripartitica, favorendo a tal fine il necessario sviluppo del settore privato. Recentemente ha anche servito come Consigliere di Stato a Parigi ed è stato consigliere al Segretario-Generale delle Nazioni Uniti sulla proliferazione nucleare. E' editorialista della rivista "L'Express". Tra le sue pubblicazioni più recenti: Millennium (1993), L'uomo nomade (2006), Breve storia del futuro (2007). Economista, filosofo e storico, Jacques Attali è attualmente noto al mondo intero soprattutto quale autorevole "tecnico" della politica nazionale (francese) e internazionale, dominata negli ultimi decenni dai problemi e dalle conseguenze poste dal fenomeno della globalizzazione. Di tale fenomeno egli fornisce la sua personale visione nel best seller pubblicato nel 2007, Breve storia del futuro, in cui ci ricorda che la globalizzazione non è esclusivamente foriera di effetti perversi ma può offrire grandi e inedite opportunità per i paesi sviluppati, ben oltre la pur importante apertura di nuovi mercati per i loro prodotti e i loro servizi. In tal senso, il contributo di Attali può essere un utile strumento, nell'ambito del dibattito promosso dal WWS sul tema della paura, per comprendere le dinamiche che attraversano quella società post-moderna, globale e globalizzata, di cui la paura, nelle sue molteplici dimensioni di angoscia, insicurezza, aggressività, effervescenza sociale, costituisce uno dei tratti essenziali. Egli afferma che, grazie alla mondializzazione (come amano dire i francesi) dei mercati e alla liberalizzazione dei mezzi di comunicazione e di informazione, il mondo è oggi attraversato dalla più forte ondata di crescita materiale della sua storia. Ma riconosce altresì che, per le stesse ragioni, si creano anche straordinarie disuguaglianze e problemi di ordine economico, sociale e culturale un tempo sconosciuti, che fanno vivere come una minaccia le sfide della competizione globale, della rivoluzione digitale, dell'innovazione tecnologica e produttiva, della società dell'informazione, dell'emergenza climatica e ambientale; e, ancora, l'emergere sui mercati mondiali di nuove formidabili potenze economiche, i grandi flussi migratori, i problemi delle società multietniche e multiculturali, la domanda di nuovi diritti e di nuove libertà, la segmentazione della società e la diversificazione dei bisogni e delle domande sociali. Questo accade, tuttavia, perché si sta consentendo alle forze del mercato di controllare il pianeta e al denaro di essere l'unico metro di misurazione delle interazioni umane, col rischio che ciò possa creare le condizioni per quello che egli definisce un "iperimpero", inafferabile e planetario, creatore di ricchezze commerciali e di nuove alienazioni, di estreme fortune e di estreme miserie, in cui "la natura sarà sistematicamente depredata e tutto diverrà privato, compreso l'esercito, le forze di polizia e la giustizia", in cui "l''essere umano sarà bardato di protesi, prima di diventare lui stesso un artefatto, venduto in serie a consumatori diventati a loro volta artefatti" e, "divenuto ormai inutile alle proprie creazioni, scomparirà". Non sorprende, quindi, che si possa immaginare di opporsi a questo scenario anche con la violenza, in una successione di "barbarie regressive e di battaglie devastatrici che vede contrapposti Stati, gruppi religiosi, entità terroristiche e pirati privati" all'interno di un "iperconflitto" che potrebbe persino far scomparire l'umanità". Il suo suggerimento è, pertanto, quello di non ostacolare la globalizzazione, bensì di contenerla. Il che significa "circoscrivere il mercato senza abolirlo, far divenire planetaria la democrazia facendola però restare concreta, far cessare il dominio di un impero sul mondo. Allora si aprirà un nuovo infinito di libertà, responsabilità, dignità, progresso, rispetto dell'altro". E' questa quella che Attali chiama "iperdemocrazia", quella democrazia, cioè, che ci condurrà all'insediamento di un governo mondiale democratico e di un complesso di istituzioni locali e regionali, che "permetterà a tutti, per mezzo di un lavoro reinventato grazie alle favolose potenzialità delle future tecnologie, di andare verso la gratuità e l'abbondanza, di giovarsi in modo equo dei benefici dell'immaginazione commerciale, di preservare la libertà sia dai propri eccessi che dai nemici, di lasciare alle generazioni che verranno un ambiente più tutelato, di far nascere, da tutte le saggezze del mondo, nuovi modi di vivere e di creare insieme". Al di là della ovvia considerazione che la democrazia a cui Attali allude non sembrerebbe tanto una possibilità da concretizzare quanto un ideale a cui tendere, se ne può ricavare un monito e cioè che, alla stessa stregua della globalizzazione, la paura, quale effetto non voluto e non previsto del clima di incertezza che la globalizzazione stessa tende a generare, non può essere semplicemente esorcizzata ma semmai affrontata attraverso il coraggio di immaginare nuovi percorsi e nuovi scenari. Perché si ha meno paura di ciò che si conosce, e a maggior ragione si ha meno paura di ciò che si conosce se lo si è in qualche modo progettato.
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