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David  Altheide David Altheide
Sociologo della comunicazione
Arizona State University, USA


Nato negli Stati Uniti nel 1950, David L. Altheide, sociologo, insegna presso la School of Justice and Social Inquiry dell'Arizona State University che gli ha conferito il titolo di Regents' Professor, il più alto riconoscimento attribuito a chi è in grado di fornire un contributo pionieristico nel suo campo di studi. Le sue ricerche nella prospettiva metodologica dell'interazionismo simbolico gli sono valse, negli ultimi anni, per ben tre volte - unico caso - il Charles Horton Cooley Award, premio che la SSSI (Society for the Study of Symbolic Interaction) riconosce alle pubblicazioni interessate alla ricerca qualitativa-interazionista che abbiano il requisito dell'eccellenza. Nel 2005 ha ricevuto dalla SSSI anche il George Herbert Mead Award come riconoscimento per i risultati ottenuti nella carriera accademica.

Nelle sue pubblicazioni più recenti analizza le modalità in cui gli attori sociali costruiscono i significati che danno senso alle azioni e all'organizzazione sociale e, in particolare, il ruolo dei media nel veicolare notizie relative al fenomeno del terrorismo e nel promuovere una politica di paura che accresce la necessità di misure di controllo sociale. Tra le più note, Qualitative Media Analysis (1996), Creating Fear: News and the Construction of Crisis (2002), Terrorism and the Politics of Fear (2006), quest'ultimo selezionato da Choice (American Library Association) tra gli Outstanding Academic Titles per il 2006 per il pregio e l'originalità delle analisi svolte.

Il contributo di David Altheide al WSS è legato specificamente ai suoi studi sul ruolo dei mass media nei processi di "costruzione" delle paure quotidiane che affliggono gli attori della società globalizzata.

L'analisi delle modalità e degli strumenti con cui i mezzi di comunicazione di massa operano nel mondo occupa, infatti, un posto centrale nella sua riflessione, che approda alla convinzione che al giorno d'oggi essi rappresentino i vettori principali attraverso i quali la dimensione globale entra nella vita quotidiana degli individui. Rivoluzionando le nozioni tradizionali di spazio e tempo, i mass media hanno reso possibile, infatti, lo stabilirsi di relazioni sociali indipendenti dai contesti locali di interazione. Eventi lontani possono divenire altrettanto o più familiari dell'universo di presenze locali con le quali l'individuo entra quotidianamente in contatto e la distanza, dunque, può essere integrata nel quadro dell'esperienza personale. E' così che gli individui divengono membri di una comunità globale dalla quale nessuno può chiamarsi fuori e che non nasce per effetto di un processo di omogeneizzazione culturale, ma come risultato della partecipazione - attraverso i media - degli individui ad avvenimenti planetari, nonché della presa di coscienza di potenziali rischi globali (terrorismo, catastrofi naturali, ecc.) che producono effetti di ricaduta sulla vita dei singoli ed in cui pertanto la percezione dei rischi, oggettivi o presunti tali, viene moltiplicata su scala mondiale. In tal senso, attraverso i processi di mediatizzazione dell'esperienza possono amplificare paure più o meno latenti negli individui o generarne addirittura di nuove. Quali agenti di socializzazione diffusa, infatti, i mass media forniscono simboli, significati, programmi e rappresentazioni fondamentali per il pubblico, il quale identifica e interpreta le diverse situazioni attraverso questi elementi. Per cui, se in passato molte delle paure vissute dalle persone erano legate ad esperienze dirette, per lo più personalmente sperimentate, oggi la gran parte delle paure derivano da esperienze indirette, non vissute personalmente, e con le quali si viene a contatto attraverso i media. La cui astuzia sta nel provocare la paura per poi rappresentarsi essi stessi come strumento di protezione e di rassicurazione dal momento che ci permettono di ritrovare l'ordine sociale attraverso l'immaginario da loro pilotato.

Funzionale alla cattura (e alla manipolazione) del pubblico è il modo in cui è organizzata la comunicazione e sono selezionate e presentate le informazioni. Da questo punto di vista, gli ultimi tre decenni hanno visto la crescita del format dell'intrattenimento, che enfatizza la distanza dall'ordinario, l'imprevedibilità di una avventura al di fuori dei confini del comportamento normale e la propensione a non mettere in dubbio i contenuti. L'inserimento di un linguaggio volutamente enfatico e enfatizzante in questo tipo di format, che in genere sono di breve durata, orientati all'azione e alla drammatizzazione dell'evento, produce un ritmo eccitante e familiare per il pubblico. Peraltro, dal momento che il pubblico dedica sempre più tempo alla loro visione, la logica della pubblicità, dell'intrattenimento e della cultura popolare finisce per divenire scontata quale forma naturale e ordinaria di comunicazione.

La logica della spettacolarizzazione e della drammatizzazione degli eventi domina perfino il linguaggio giornalistico, dove l'obiettivo di attirare il pubblico è perseguito attraverso il continuo ricorso a fatti, immagini, parole che si prestano ad incutere paura. In tal senso, nel libro Creating Fear: News and the Construction of Crisis (2002), Altheide documenta il ricorso sempre più frequente negli ultimi tempi all'uso del termine stesso "paura" nei notiziari, con particolare riferimento ai titoli di testa spesso accompagnati da jingle creati per creare suspense. E, più in generale, la tendenza a costruire i vari servizi muovendo dalla premessa che il pericolo e il rischio sono una caratteristica scontata dell'ambiente fisico e simbolico, così come la gente lo definisce e lo sperimenta nella vita di ogni giorno.

La influenza dei media è tale che gli stessi settori della politica, dell'economia, dello sport, della religione spesso finiscono per adeguarsi alle logiche che li sovrintendono mutuandone il linguaggio, consci che gli elementi della spettacolarizzazione e della semplificazione eccessiva hanno facile presa sul pubblico. Nel suo ultimo libro, Terrorism and the Politics of Fear (2006), Altheide mette in evidenza in particolare come soprattutto i politici alimentano le paure dei cittadini, e più di recente fanno ricorso alla minaccia del terrorismo, per promuovere le loro politiche e conseguire obiettivi anche di carattere personale. In una società vissuta al presente, senza valori da proporre, involuta, consumistica, la paura del terrorismo cioè diventa il diversivo per distogliere l'attenzione da problemi più gravi o per creare legittimità e consolidare il consenso, laddove questo non avviene per adesione convinta, richiamando il pericolo di un "nemico oggettivo". Dunque, in definitiva, per esercitare un maggiore controllo sociale sui cittadini.

La manipolazione dei rischi, perciò, finisce per sostituire la funzione di aggregazione dei valori e il pericolo dell'omologazione vince sull'indirizzo politico dell'azione collettiva, con conseguenze che apparentemente lasciano sperare in una stabilizzazione della cultura ma che di fatto si traducono nella sua involuzione. In tal senso, il destino degli individui nella società post-moderna è segnato, da un lato, da un uso illimitato ed arbitrario del potere politico dovuto alla passività generata dalla paura, ma dall'altro da una politica fondata su un consenso superficiale e incapace di controllare alla radici l'aggressività dei singoli e dei gruppi sociali. In sostanza una politica debole.

 
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